Don Camillo e don Chichì: quando si lascia entrare il lupo nell’ovile…

Giovannino Guareschi, lo scrittore italiano più letto e tradotto nel mondo, nel non troppo lontano 1966 seppe descrivere perfettamente il prototipo del “pretino” conciliarista che un giorno sarebbe giunto fino alle più alte sfere della Gerarchia.

Sapete qual è lo scrittore italiano più letto e tradotto nel mondo? Calvino? Moravia? No, sbagliato. È Giovanni Guareschi – insieme ad Oriana Fallacci -, il “padre” di Don Camillo. Ovviamente nelle scuole pubbliche e nelle parrocchie, così come nelle scuole cattoliche paritarie gestite da progressisti, Guareschi non è nel piano di studi scolastico. Troppo “cattolicamente corretto” per essere letto nelle scuole e nelle parrocchie? Sicuramente sì.

Guareschi, inoltre, come tutti i veri scrittori cattolici, seppe vedere lontano, molto lontano. Egli morì nel 1968 – il mitico ’68, l’anno più nefasto della storia dell’umanità – tre anni dopo la chiusura del Vaticano II. Prima di morire lo si dedicò alla stesura del quarto libro della saga, che fu pubblicato l’anno seguente, il 1969, in cui racconta gli immediati anni del post-concilio e riesce a descrivere con sorprendente lucidità che tipo di preti sarebbe usciti fuori dai seminari in cui sarebbe stata applicata quella che Benedetto XVI ha definito «l’ermeneutica della rottura».

Il libro fu intitolato Don Camillo e i giovani d’oggi ed è stato ripubblicato nel 1996 col titolo più appropriato Don Camillo e don Chichì. In questo libro, infatti, l’antagonista di Don Camillo non è Peppone, ma il suo vice-parroco, il giovane don Francesco, soprannominato dai parrocchiani don Chichì.

Il vescovo manda don Chichì per “aggiornare” don Camillo sui cambiamenti liturgici. Il giorno che il giovane prete arrivò a Brescello, l’anziano parroco lo scambiò per un venditore di enciclopedie, perché si presentò “in borghese”: non indossava la talare. Per don Camillo, fiero e orgoglioso della sua “divisa”, questo è inconcepibile. Così gli impone di indossare l’abito, ma don Chichì – ecco la disobbedienza – “rimedia” indossando il clergy.

Don Chichì, però, non vuole un cattivo rapporto col suo parroco e gli dice di non essere venuto ad “insegnargli il mestiere”, ma semplicemente a fargli notare che il Medioevo è finito è che c’è stato un concilio. Per Don Camillo invece ciò che conta – pur rispettando tutti gli eventi della Chiesa e obbedendo senza sé e senza alla Chiesa – è che c’è stata, c’è e ci sarà la Redenzione di Cristo.

Già da questo emerge la gigantesca distanza fra don Camillo e don Chichì. Il primo completamente dedito a Dio e alla anime, il secondo ossessionato dai cambiamenti, dalle novità, dal voler a tutti i costi apparire come un “prete nuovo”. Ma, fra i due, il vero anticonformista è don Camillo: le mode non gli interessano.

Don Chichì si preoccupa di piacere a tutti, la preoccupazione più grande di don Camillo è che il Signore non smetta di aver misericordia con lui. Don Chichì dialoga col mondo, Don Camillo scherza e ride con Gesù.

Don Chichì insiste sui diritti dell’uomo, don Camillo insiste sul fatto che Dio non ci deve nulla e che abbiamo solo doveri nei suoi confronti. Don Chichì vorrebbe un mondo migliore, Don Camillo vorrebbe che in questo mondo è un esilio il cui fine è guadagnarsi il paradiso.

Viene da ridere durante il momento dell’adeguamento liturgico. Don Chichì si compiace del nuovo “altare”: un semplice tavolo. “Don Camillo, non le fa pensare – chiede il pretino – alla Chiesa del primo millennio?”. Sapete, i “riformatori” sono ossessionati dai primi mille anni della storia della Chiesa. Chiamano “retrogradi” chi vuole usare il messale del 1962, ma loro, invece, tornando indietro di mille anni, pensano di essere all’avanguardia. Tipica contraddizione in termini e nei fatti dei neomodernisti. Infatti, a don Camillo il tavolo non fa pensare al millennio dei primi gloriosi martiri, ma ad una “tavola calda”.

Quando don Chichì vuole togliere la balaustra, don Camillo gli fa notare che non è il muro di Berlino, ma un grandissimo segno di rispetto, ma il pretino post-conciliare non vuol sentire storie: Dio non sa che farsene del nostro rispetto, vuole il nostro amore. Voi non rispettate coloro che amate? Che cosa ne sarà dell’adorazione e della devozione? Del resto, si capisce che don Camillo e don Chichì hanno due concetti diversi di cosa sia la liturgia cattolica: per il primo è adorazione, il ponte fra il cielo e la terra, per il secondo intrattenimento comunitario di stampo religioso.

Le buone intenzione – sono forse quelle che lastricano la strada per l’inferno? – di don Chichì non ottengono i risultati sperati: non solo i lontani non si avvicinano, ma addirittura i vicini si allontanano. È vero che don Chichì suscita curiosità e simpatia tra i giovani, ma nulla di più. Nessuno s’interessa a Cristo e alla Chiesa. Il “prete nuovo del post-concilio” infatti è solo la novità del momento, che presto perderà ogni interesse e sarà sostituita da altre novità. Quando qualcuno vuole riconciliarsi con Dio, vecchio o giovane, non va da don Chichì, ma corre da don Camillo, il quale resta affezionato al “vecchio arnese” del confessionale.

Don Chichì nonostante l’evidenza del fallimento della “rottura dal passato prossimo per tornare al passato remoto”, continua a non voler vedere – forse in seminario ha respirato più fumo di Satana che incenso – e sostiene che la barca della Chiesa sta affondando e lui ha preso la solenne decisione di salvarla.

Don Camillo, invece, sa bene che sarà la Chiesa – questa “barchetta” che effettivamente sta perdendo acqua, forse in futuro ne perderà di più, ma che comunque continua e continuerà a rimane a galla – a salvare noi. Per don Camillo la Chiesa non è nata nel 1962, ma neppure è morta nel 1965.

Don Chichì forse avrà l’odore delle pecore, ma il profumo di Don Camillo è quello di Cristo.

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