Messa in mare, sacrilegio evidente a tutti tranne che ai vescovi

Il parroco di San Luigi di Milano, don Bernasconi, è indagato dalla Procura di Crotone per “offese a una confessione religiosa” dopo la Messa celebrata in mare. Ma ciò che è evidente a tutti, il sacrilegio, è ignorato dai vescovi coinvolti, che tacciono su un grave vulnus inferto ai credenti e rinunciano a esigere riparazioni pubbliche e provvedimenti canonici nei confronti del prete che si limita a chiedere scusa per la sua ingenuità, ma continuando a giustificarsi. Il procuratore è intervenuto non per ingerenza, ma a difesa della religione perché l’articolo 404 tutela proprio gli oggetti di culto dalle offese alla fede. Solo che stavolta a compierle non è stato un miscredente, ma un sacerdote.

Nella penosa vicenda di Crotone, quella del prete milanese don Mattia Bernasconi che ha celebrato messa in mare a petto nudo con il materassino come altare, le notizie sono due: la prima è che un procuratore della Repubblica ha detto “non ci sto” e ha aperto un fascicolo per violazione dell’articolo 404 (offese a una confessione religiosa mediante vilipendio o danneggiamento di cose), la seconda è che l’indagato non è un miscredente, ateo, satanista o chissà chi, ma è un sacerdote. Un ministro di Dio che ora sarà sottoposto alle indagini della Procura crotonese.

Dopo aver visto quelle immagini, il procuratore capo della località calabrese non ha aspettato esposti: il reato è procedibile d’ufficio. Vale a dire che è tra quelli che lo Stato ritiene più impellenti da perseguire. È stato, infatti, Giuseppe Capoccia, il titolare della procura crotonese, ad aprire il fascicolo nel quale stranamente figura – forse per la prima volta nella storia – un sacerdote.

È questo il nocciolo della questione che dovrebbe allarmare i vescovi, a cominciare da quello di Crotone (piuttosto blando nel suo comunicato in cui sottolinea solo l’inopportunità del contesto scelto) passando per quello di Milano – diocesi di provenienza del sacerdote – Mario Delpini, che sulla vicenda ha preferito tacere. Per finire col cardinal Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, sempre solerte ad intervenire per qualunque cosa (tipo fare il tifo perché Draghi rimanesse a Palazzo Chigi), ma stranamente afono di fronte a questa vicenda di sacrilegio ecclesiale senza alcun senso né ritegno.

Insomma: un sacrilegio – di un prete! – è chiaro a tutti, persino alla magistratura, tranne che ai vescovi e questo la dice lunga su come il livello di guardia dell’ortodossia si sia abbassato in questi anni, tranne che in un particolare caso: scommettiamo che se don Bernasconi avesse celebrato in latino in una chiesa vicina, senza l’autorizzazione del vescovo, oggi staremmo raccontando di una sanzione canonica calda e fumante per lui?

Infatti, per il prete non si parla assolutamente di un procedimento canonico, i cui termini ci starebbero tutti, ma la Chiesa sconta purtroppo il grave handicap di aver tollerato fino al parossismo del sacrilegio tutte le creatività possibili. Correre ai ripari ora e con il solo che è finito sui giornali e indagato, appare controproducente. Per la legge degli estremi che si attraggono a forza di messe blasfeme, di consacrazioni truffa e di comunioni clownesche, i “miscredenti” sono diventati alcuni preti.

Lui, il sacerdote, ieri ci ha provato a correre ai ripari pubblicando una lettera sul sito della parrocchia di San Luigi Gonzaga in Milano nella quale si è cosparso il capo di cenere chiedendo scusa per la sua ingenuità, ma continuando a giustificarsi perché in fondo in quel tratto di costa crotonese non c’erano, per lui e i ragazzi della sua parrocchia reduci dal campo di Libera, luoghi adatti a celebrare. Ma non sarà credibile: la località Alfieri è una delle principali del capoluogo calabro e la prima chiesa dista non più di 500 metri. Insomma: di fronte ad un eventuale interrogatorio del procuratore non potrà avanzare lo stato di necessità come un cappellano della guerra ’15-’18 costretto sul Carso a celebrare Messa su un affusto di cannone.

Quel che è evidente è che nessuno – né don Bernasconi (in foto), né il suo vescovo – senta il bisogno di riparare al gravissimo sacrilegio di una Messa diventata una messa in scena. Perché un vulnus c’è stato e chiedere scusa non servirà a ripararlo. Per il linguaggio dei giudici la riparazione si chiama indagine – per lo meno – per la Chiesa si chiama Messa riparatrice. Ma non ci sarà, statene certi.

Chi invece ha tutta l’aria di voler andare fino in fondo in questa vicenda è il procuratore capo di Crotone, che ha dimostrato coraggio e che nel delineare l’art. 404 Cp, l’ex vilipendio della religione cattolica, oggi riformato a favore di tutte le religioni, dimostra che a tutto c’è un limite e se non sono i vescovi a correre ai ripari, lo Stato la sua parte la può e la deve fare. Non come ingerenza dello Stato negli affari della Chiesa, però. Il sospetto è parso concreto quando le agenzie hanno battuto la notizia dell’indagine: una Procura, che persegue un ministro di Dio per una celebrazione eucaristica, potrebbe apparire proprio una di quelle invasioni di campo che lo Stato si prende spesso la libertà di fare, vedi la pandemia appena trascorsa e le Messe regolate dalla pubblica autorità con tanto di carabiniere che interrompe la Messa e resta ovviamente impunito.

Ma a fugare ogni dubbio circa la liceità della misura è stato lo stesso procuratore.

La Bussola ha potuto verificare direttamente in Procura e ha appreso che la mens di Capoccia (in foto) è molto chiara: una tutela della fede del popolo e non un’imposizione di una liturgia. Sta in questo fatto oggettivo la distinzione del procuratore: «Noi abbiamo una legge da rispettare, l’articolo 404 del codice penale, che sanziona chi vilipende gli oggetti destinati al culto e che è passibile di una sanzione penale», si sarebbe giustificato il magistrato – stando ai bene informati – dopo aver sentito anche il vescovo di Crotone. Ebbene: non si tratta dunque di giudicare la fede di Don Bernasconi (ci penserà Dio), né di giudicare la condotta liturgica (ci penserà il suo vescovo, se vorrà).

Ma si tratta di riconoscere che gli oggetti consacrati al culto (l’altare-materassino, il calice e le ostie impastate di acqua di mare, i paramenti messi da parte etc…) sono stati vilipesi, cioè resi vili dal comportamento di don Bernasconi. Questo è un fatto oggettivo che arreca dolore ad una comunità di cattolici che conta 1 miliardo e 300 mila fedeli nel mondo e che a buon diritto pretende dallo Stato che sia rispettato il suo sentimento di fede.

«Avrei fatto lo stesso anche con un crocifisso esposto al gay pride», ha ribadito il procuratore ai suoi stretti collaboratori, per iniziare a costruire la sua “difesa”, visto che le critiche su di lui pioveranno copiose. E in parte sono già piovute. Infatti, qualcuno sui social si è divertito a rimproveragli di perseguire cose inutili come una Messa (absit iniuria verbis) quando invece le emergenze in una terra come quella sono la ‘Ndrangheta, la corruzione e il malaffare.

A proposito di Mafia & affini.

La vicenda dimostra che l’Antimafia non può diventare una scusa per fare le cose più sbagliate rimanendo impuniti e che la cultura della legalità passa anche dal rispetto di tutte le norme, anche quelle canoniche, specie se si è sacerdoti.

Resta, al fondo, oltre al grave vulnus che difficilmente verrà riparato se non nelle aule giudiziarie una grossa pietra d’inciampo che però è tutta dentro la Chiesa e non coinvolge la Procura: un altare trasformato in materassino, un asciugamano al posto della tovaglia, un calice imbrattato in acqua di mare svelano la grave ignoranza di che cosa sia l’altare, cioè la verità dell’atto, il sacrificio della croce di Cristo. C’è uno slogan che gira sui social e che dice: se non sta a fianco della croce, vuol dire che non appartiene alla Messa. Mettereste sul Golgota un salvagente? Assistereste alla crocifissione di Gesù in boxer e petto nudo? Pensate la scena: le tre Marie piangenti e voi col vostro materassino di pvc.

Andrea Zambrano (28-07-2022)

lanuovabq.it

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