Aborto, un altro schiaffo a Giovanni Paolo II

Domenica 7 febbraio la “nuova gestione” dell’Istituto Giovanni Paolo II su matrimonio e famiglia ha celebrato la Giornata della Vita con una trasmissione tv su Legge 194 e aborto dall’esito sconcertante: si rivaluta la 194 mentre la testimonianza drammatica di una donna sopravvissuta all’aborto rischia di diventare un boomerang.

di Riccardo Cascioli (08-02-2021)

Due settimane fa avevamo chiesto che al Pontificio Istituto Teologico per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia venisse tolto il nome di Giovanni Paolo II, visti gli scivoloni compiuti e le tesi che vanno per la maggiore in quell’istituto a cui la gestione Paglia (il vescovo Vincenzo) ha letteralmente cambiato il DNA.

L’ultimo episodio che ha per protagonista l’istituto ci conferma ancor di più nella richiesta, e nella sua urgenza: è successo che domenica 7 febbraio, in occasione della Giornata per la Vita, sul sito e sul canale Youtube dell’Istituto sia andata in onda una trasmissione dedicata proprio al tema dell’aborto, dal risultato sconcertante. Nell’ideazione e nel contenuto si rivela lo stato di confusione (ad essere buoni) che regna in parte del mondo cattolico sia a proposito dell’aborto in sé sia riguardo alla Legge 194 del 1978 che l’ha introdotto in Italia. Due i momenti della trasmissione: l’intervista a don Pier Davide Guenzi, ordinario di Teologia morale del matrimonio e della famiglia all’Istituto Giovanni Paolo II, e la testimonianza di Loredana Franza, una donna sopravvissuta all’aborto.

Approfondiamo a parte i due momenti del programma (per la gravità delle cose dette) ma va rilevato anzitutto che quanto è andato in onda è lontano mille miglia dalla consapevolezza dell’importanza e della gravità del tema della vita e della famiglia, che aveva spinto san Giovanni Paolo II a creare questo istituto così come a prendere diverse altre iniziative.

La voglia di dialogo, che è il mantra della nuova gestione dell’istituto, porta a una drammatica ambiguità nel trattare il tema dell’aborto e della Legge 194, che erano specificamente i temi dell’intervista a don Guenzi.  E impedisce di capire cosa significhi davvero un aborto, dando voce a una esperienza drammatica che può essere facilmente strumentalizzata da chi vuole il diritto all’aborto.

Si insiste nella favoletta delle “buone intenzioni” della 194, rovinata dalle cattive applicazioni; e quindi l’accento va posto sulla «sensibilizzazione sul tema della vita piuttosto che sul giudizio negativo di una legge»: ce lo conferma Arnaldo Casali – che raggiungiamo al telefono -, il giornalista conduttore della trasmissione e da poco meno di un anno responsabile della Comunicazione dell’Istituto. Scopo del programma «non era attaccare la 194 e neanche esaltarla, ma fare capire cosa veramente dice», insiste Casali, secondo cui dalla Legge 194 così come è scritta non discende alcun diritto all’aborto. Aborto che, peraltro, «c’era anche prima della Legge 194, ma che non era regolato». Inutile replicare che con la stessa logica andrebbero legalizzati anche l’omicidio e il furto.

Il problema è che tale pensiero non è soltanto di un giornalista, non si sa quanto competente in materia. È invece il sentire comune alla “nuova gestione” del GP2. È lo stesso Casali a confermarci che la trasmissione, anche se nata da una sua idea, è stata «preparata a lungo con alcuni docenti dell’Istituto, a cominciare dal professor Gilfredo Marengo», vice preside del GP2 e insegnante di Antropologia teologica. E anche la scelta di don Guenzi come interlocutore è stata ovviamente suggerita da chi di dovere. C’è dunque in questa proposta, evidente, il pensiero di chi guida l’Istituto, dimentico peraltro che la Giornata per la Vita è stata istituita dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) proprio all’indomani della promulgazione della Legge 194.

Non sappiamo invece se il vertice dell’Istituto per gli studi su Matrimonio e Famiglia, il cui preside è don Pierangelo Sequeri, condivida anche il successivo pensiero di Casali, vale a dire che la 194 sta all’aborto come la legittima difesa sta all’omicidio. Cioè, spiega Casali, «con la legittima difesa si uccide una persona senza per questo essere favorevoli alla legalizzazione dell’omicidio». Uccidere un bambino innocente nel grembo della madre avrebbe dunque lo stesso valore che sparare a un uomo che mi aggredisce per togliermi la vita. Un paragone che lascia senza parole.

Togliere il nome di san Giovanni Paolo II dall’intestazione dell’Istituto non sarebbe solo un atto di giustizia, ma anche un atto di carità nei confronti di persone che, evidentemente, non si rendono conto di quel che dicono.

(La Nuova Bussola Quotidiana)

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