Il chiasso intorno alla Nazionale. Che forse vogliono farci dimenticare di essere uomini?

Siamo tutti felici e contenti della vittoria della Nazionale agli Europei, ma è triste se una nazione, per risollevarsi, abbia bisogno di qualche vittoria pallonara.

di Corrado Gnerre (14/07/2021)

Si, stiamo esagerando con questa vittoria della Nazionale di calcio e dei suoi cosiddetti “eroi” che vengono trattati quasi come se avessero fatto chissà quale impresa per difendere, al prezzo della vita, i sacri confini. A tal proposito, mi sembra che tutto questo sia un’offesa per coloro che la vita l’hanno veramente persa in passato, combattendo e non semplicemente dando calci ad una sfera di cuoio, che per quanto possa essere faticoso -vi confermo- è anche molto divertente. E non mi sembra che per qualsiasi soldato possa essere stato divertente combattere.

Badate bene, tutto questo lo dice chi -come il sottoscritto- è un grande appassionato di questo gioco. Il calcio, malgrado i vari snaturamenti che sta subendo negli ultimi tempi, rimane pur sempre il gioco più bello del mondo (gli altri sport gli fanno un baffo!), ma anche quello che meglio esprime, ovviamente da un punto di vista simbolico, il grande mistero della vita e che può perfino aiutare ad annunciare, soprattutto ai più giovani, alcuni temi della Fede. D’altronde è per questo che scrissi  Il Catechismo del Pallone. Di cui spero al più presto di farne un aggiornamento.

Dicevo, non solo sono un appassionato di questo sport, ma sono anche convinto che il calcio aiuti  a conservare un certo spirito identitario. Al di là di molte sue manifestazioni che -lo confesso- mettono a dura prova la mia salute epatica: pagamenti esorbitanti dei calciatori, giri di affari enormi, look degli atleti da far invidia agli antichi masai… fino ad arrivare a patetici inginocchiamenti per allinearsi al politicamente corretto. Comunque -dicevo- uno sport che aiuta a preservare un certo spirito identitario, che non è poco per i nostri tempi in cui tutto si sta dissolvendo nella melassa globalista.

Eppure -lo ripeto- non se ne può più. Il presidente della FGCI, Gravina, ha affermato che la vittoria della Nazionale vale circa un punto di PIL. Un articolo del Sole 24 ore addirittura ha detto che, in proiezione, potrebbe valere ben il 10% dell’export.

Insomma, il nocciolo della questione è l’aspetto economico.

Tutto questo can-can in favore della vittoria di Chiellini e compagni serve per risollevare la nazione, risollevarla moralmente e soprattutto economicamente. E più se ne parla, meglio è. Più se ne parla, e più ci saranno conseguenze benefiche.

Ma è triste se una nazione, per risollevarsi, abbia bisogno di qualche vittoria pallonara. Questo lo dico non perché sia talmente fiori dal mondo e sciocco da ritenere che l’aspetto economico non sia importante. Tutt’altro. Bensì perché mi sembra che tutto questo serve perché non ci si vuole accorgere di altro. E cioè che non c’è vittoria calcistica che tenga. Infatti, quando ormai la dissoluzione di un popolo e di una società è talmente alta, qualsiasi spettacolo serve solo per alimentare l’illusione. Un’illusione alienante secondo cui a certi, grandi, problemi non ci si deve pensare. Che …va tutto bene Madama la Marchesa.

E se eventualmente questa illusione funzionasse, allora vuol dire che lo stato d’intelligenza della nazione è tutt’altro che roseo.

Lo sport, quello vero, deve servire non a far dimenticare la vita e i suoi problemi, ma a significarla. Era così nel medioevo con i suoi palii e le sue giostre. Era così un tempo dove esso era sempre ordinato a qualcos’altro. Si pensi all’importanza che gli si dava negli oratori, dove fungeva da introduzione e arricchimento per una crescita dei ragazzi che invece era tutta centrata sul fondamento spirituale.

Oggi no. Lo sport vale un punto di PIL.

Lo sport è un’industria e non è più per i ragazzi e la loro crescita, ma di fatto per ciò che può portare nelle tasche di ognuno.

Lo sport non è più un gioco. Un gioco da intendersi ovviamente non nella versione edulcorata, tutt’altro. Un gioco in cui si deve vincere, perché la vita esige la vittoria finale. Lo sport, insomma, come riscoperta continua del proprio essere uomo, della propria virilità, del proprio spirito eroico, e non semplicemente degli istinti più bassi del consumatore.

Perciò Friedrich Schiller in Dell’educazione estetica dell’uomo scrive così: “L’uomo gioca soltanto quando è uomo nel significato più pieno del termine, ed egli è interamente uomo soltanto quando gioca.”

Oggi, invece, viene il dubbio che lo sport serva al contrario, serva proprio per farci dimenticare di essere uomini.

itresentieri.it


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